App monkey

Monkey: il futuro delle app è nelle video chat?

Monkey: se pensando al panorama delle app e del mondo online, questo nome non ti dice nulla, preparati a un aggiornamento.

Si chiama così, infatti, una nuova app che sta suscitando un notevole clamore, fondamentalmente per due ragioni.

Intanto, è stata realizzata da due ragazzi di soli 17 e 18 anni, l’australiano Ben Pasternak e l’americano Isaiah Turner. Il primo ha già alle spalle la creazione di una app di e-commerce per l’infanzia e di un videogame di successo per smartphone, Impossible Rush. Il secondo è un abile programmatore.

Colpisce poi il funzionamento dell’applicazione: in un periodo storico dominato dai classici social network basati sulla condivisione di post, Monkey si basa invece sul meccanismo della video chat.

In pratica, creato un profilo al momento piuttosto semplice, con età, sesso e username, il sistema propone video chiacchierate con sconosciuti dei quali si riceve solo una sommaria descrizione: ad esempio, “ti stai connettendo con un ventenne della Francia”. Se i due utenti scelti dalla app accettano la conversazione, dialogano per un tempo inizialmente breve: qualora entrambi trovino piacevole la chat, possono ottenere un po’ di tempo extra e poi collegarsi su Snapchat.

I due giovanissimi fondatori tengono a sottolineare che si tratta di un’applicazione pulita, priva di malintenzionati; lo scopo è, semplicemente, favorire l’amicizia tra giovani coetanei, anche di diverse parti del mondo.

Cosa possiamo dedurre da questa rivoluzione nelle interazioni web? Intanto, è significativo constatare che proprio due post-millennials, abbiano concepito una app che riporta in voga la socialità a tu per tu, sia pure attraverso uno schermo. È probabile che, abituati fin da giovanissimi alle dinamiche social, gli appartenenti a tali generazioni avvertano per primi l’esigenza di un cambiamento.

Il ritrovato desiderio di un dialogo diretto poi potrebbe essere conseguenza di un’epoca come la nostra, che ha conosciuto la dipendenza dalla tecnologia fino all’assuefazione, anche nei rapporti umani: ecco che l’app della video chat non costringe le persone a privarsi del web, ma lo utilizza per un’interazione senza filtri.

Sarà davvero il futuro del mondo delle app e dei social? Non saprei, però possiamo fare alcune deduzioni sulla base di questa vicenda.

Se il pubblico di Monkey, al momento, sembra costituito soprattutto da teenager e ventenni, la stessa idea base potrebbe avere successo anche applicata a nicchie più ristrette, a specifici settori, a professioni e hobby.

Mi spiego meglio. Pensa ad esempio ai musicisti, che cercano magari componenti per formare una band, oppure agli appassionati di cinema o di libri. Queste persone, al momento, si servono di forum nei quali pubblicare annunci e scambiare opinioni, o di gruppi tematici sui social. Potrebbero trovare estremamente stimolante connettersi a un network o a una app che permetta loro di dialogare in video solo con chi condivide la loro passione, senza il rischio di incorrere in persone disoneste.

Se ci soffermiamo poi sul mondo del lavoro, possiamo intuire che un breve video-colloquio talvolta esprime molto di più, circa le potenzialità di un candidato, di un curriculum pieno di informazioni superflue o incompleto.

Quindi, non sorprenderebbe assistere, nei prossimi anni alla nascita di app analoghe a Monkey ma dedicate a specifici target. Che ne pensi?

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