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Emoticons: i nuovi “geroglifici” disse Giacomo Leopardi

Quanti messaggi riceviamo ogni giorno, fra social, chat e quant’altro? E quanti di questi non contengono una singola parola, ma solo emoticons? Non è certo una novità, anche io le ho utilizzate più di una volta. Quello che invece sta cambiando è il contesto in cui vengono utilizzate: non più solo la sfera privata, ma anche quella pubblicitaria e pubblica. Dopo Chevrolet, anche Barilla e altre aziende stanno cominciando ad utilizzare le emoticons al posto delle parole per i propri messaggi.

Poco simpatiche ad alcuni, apertamente disprezzate dai puristi della parola scritta, le emoticons sono un modo rapido e semplice di trasmettere concetti ed emozioni in una forma grafica molto semplice. Spesso vengono additati come risposta ad una sempre maggior ignoranza della popolazione riguardo l’uso della grammatica e della lingua italiana e sono visti da alcuni come un flagello moderno destinato a devastare il nostro vocabolario e a modificare per sempre l’italiano.

Ma chi pensa che questo problema (che poi problema in realtà non è) sia nato solo in tempi recenti, si sbaglia. I tentativi di trascrivere in maniera più diretta le emozioni e le sensazioni attraverso forme diverse di scrittura sono ben più antichi e si possono far risalire fino agli inizi del XIX secolo. Così infatti scriveva Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone nel giorno di Pasqua del 1821:

“Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere e significare con i segni, come fanno i cinesi…”.

E non sbaglia il più grande scrittore italiano del Novecento a citare i geroglifici e i caratteri cinesi. L’utilizzo di pittogrammi ed ideogrammi per esprimere emozioni o stati d’animo non è certo una novità ed è un concetto antico quanto il mondo. Dovremmo forse considerare gli antichi egizi degli ignoranti perché non riuscivano ad esprimersi attraverso un alfabeto simbolico?

Quindi come dovremmo considerare l’uso delle emoticons in rapporto alla lingua italiana? Una conseguente evoluzione del vocabolario, dove le faccine arriveranno ad essere trattate come veri e propri termini? Dal mio punto di vista questa è una considerazione totalmente sbagliata, perché parte da un presupposto errato.

Le emoticons non sono una lingua e per questo non si può parlare di evoluzione della lingua italiana. Le emoticons sono da considerarsi un alfabeto ideografico a se stante e, in quanto tale, il loro utilizzo (con cognizione di causa) è legittimo, al pari di scrivere un concetto attraverso ideogrammi cinesi, giapponesi o geroglifici perché chi scrive pensa così di rappresentare meglio ciò che vuole esprimere. Basta che questa sia una scelta volontaria e non un modo per coprire le proprie carenze linguistiche.

In un mondo in evoluzione, dove spesso i messaggi scritti tendono a diventare impersonali tra formule precompilate, caratteri standard e frasi trite e ritrite, avere un alfabeto per le emozioni utilizzato a livello globale, se usato correttamente, è solo una possibilità in più di esprimere la propria personalità.

E tu cosa ne pensi? :)

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