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Anche il gigante Facebook può perdere contro le piccole imprese

Ogni giorno abbiamo sempre più coscienza del fatto che Facebook stia uscendo fuori dagli schermi dei nostri smartphone e Pc per diventare il regolamentatore di molte cose reali e spesso fonte di prove da discutere nei tribunali. Facebook ha preso posizione contro il cyber-bullismo, è sempre alla ricerca di nuove strategie di controllo per fenomeni di discriminazione razziale o di sessismo e si è proposto di segnalare le bufale che dilagano sul web multando gli utenti che ne traggono profitto.

Questa volta, però, Facebook si è ritrovato sotto accusa per aver violato il diritto d’autore e copiato l’idea di un’applicazione di Business Competence S.r.l., una piccola società con un fatturato di 2 milioni e mezzo all’anno e formata da quattro giovani italiani.

Avete capito bene, non si tratta di soldi, ma di idee, che nel mondo della tecnologia contano più di ogni cosa perché non c’è niente di più prezioso per l’umanità che la condivisione di idee che possano arrecare vantaggi per tutti. I social e il mondo di internet si basano proprio su questo principio, sulla condivisione di saperi, di tecnologie che migliorano la qualità della vita. Copiare le idee altrui diventerà sempre più naturale e facile, perché prima o poi siamo tutti portati a condividere in rete il nostro sapere a prescindere dai possibili guadagni. Appropriarsi della paternità di un’idea di condivisione, però, è un reato grave, e il fatto che il caso riguardi Facebook ha scosso le coscienze di molti.

L’app in questione si chiama Faround ed è in grado di suggerire ai suoi utenti negozi, bar e ristoranti nelle vicinanze, sfruttando la geolocalizzazione, fornendo informazioni riguardanti il locale, le offerte attive e l’indice di gradimento degli altri utenti. Dopo il lancio dell’applicazione, la società, in qualità di sviluppatore indipendente, aveva ottenuto il permesso di accedere ai dati della piattaforma di Facebook per selezionare i locali in base ai gusti degli utenti e dei loro amici. Pochi mesi dopi, Facebook ne copiò il layout grafico e lo lanciò come propria creazione con il nome di Nearby. Contemporanemante, l’app nostrana Faround si era quasi estinta, schiacciata dalla copia firmata Facebook.

Da qui è partita la causa al colosso, che ha cercato di prendersi i meriti di un’applicazione di successo creata da una piccola start-up. E il Tribunale di Milano, dopo una causa durata ben 5 anni, che ha provocato ingenti danni economici per la società italiana, ha parlato chiaro: neanche i giganti di Internet possono sfuggire alle regole, soprattutto quando Internet e i social intendono promuoversi come garanti di giustizia e democrazia online!

Facebook ha dovuto accettare la sconfitta e dovrà pagare per le proprie colpe, eliminando dal territorio italiano la Nearby – app copia dell’idea nostrana. Questo può succedere perché l’azienda si trova in un paese civile, altrimenti sarebbe stato impossibile far valere le proprie ragioni nella jungla del web in cui il diritto d’autore è ancora così poco tutelato e regolamentato!

Cosa ci insegna questo episodio? Che la concorrenza sleale non è giustificabile, neanche quando sono i grandi a tiranneggiare sui piccoli!

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